martedì 19 ottobre 2010

La maledizione di Fes

Fes = Meknes³

Più caotica, più rumorosa, più incasinata, più sporca, più bella, più affascinante. Fin dal nostro arrivo in questa città da ben un milione di abitanti abbiamo subito capito che raggiungere il riad dove avremmo dormito per ben tre notti non sarebbe stata impresa semplice: già quella che loro chiamano tangenziale è essenzialmente una grossa striscia d’asfalto dove è possibile incontrare tutto e tutti, in un brulicante vortice di eccessi a qualsiasi ora del giorno e della notte. Per trovare il parcheggio concordato ci abbiam messo circa un’ora e mezza, grazie anche alle diffusissime indicazioni stradali che ci sono in Marocco (evidentemente sono fermi oppositori dell’inquinamento visivo) nonché delle precise e concordanti informazioni della gente del luogo a cui ci siamo rivolti più volte.
Una volta incontrato il proprietario, un inglese trasferitosi in Marocco da due anni e totalmente rinchiuso nella sua solitudine fatta di tv, internet e videogiochi, abbiamo finalmente preso la prima vera fregatura della vacanza: non abbiamo fatto in tempo ad allungare al portaborse una banconota sbagliata (l’equivalente di 20 euro invece che 2…) che questo ha eguagliato, se non battuto, il record di Bolt sui 100 m… Primo segnale che qualcosa non sarebbe andato nel verso giusto…
Come in tutte le medine, anche, e soprattutto, a Fes districarsi tra le stradine pensando di sapere dove ci si trova in ogni momento è pura illusione: in uno dei tantissimi vicoli ciechi in cui ci siamo infilati siamo stati agganciati da un ragazzino, Amsa, che a soli 13 anni parlava più lingue di un laureato italiano. Li per lì ci è sembrato un gesto carino chiedergli qualche informazione circa la nostra posizione se non fosse che ha iniziato ad accompagnarci in tutti i posti segnalati, facendoci fare un tour completo della città in metà del tempo di quello consigliato dalla guida. Come le api sul miele sono sopraggiunti il fratello più piccolo (ma molto più furbo…) e altri scugnizzi, attratti dal guadagno facile di qualche dirham. Non c’è che dire, la loro abilità ci è stata utilissima, ma alla fine della giornata l’accorgersi di aver favorito direttamente lavoro nero, e per giunta minorile, non ci ha fatto molto piacere. Se poi, come abbiam saputo in seguito, c’è un corpo di polizia in borghese apposito che gira per la medina, beh…
Fes ci ha confermato la prima impressione avuta a Meknes: la medina, pur essendo al centro, è una città nella città, totalmente distaccata da tutto ciò che sta al di fuori delle mura. Fa impressione constatare come chi ha la fortuna (secondo noi sfortuna) di nascere lì dentro sia destinato a viverci per sempre, in una sorta di costrizione psicologica e culturale insormontabile: da lì difficilmente ne vieni fuori, ancorato come sei a quelle tradizioni e a quel modo di sopravvivere che non ti fa modo di conoscere un’alternativa.
Oltre alle bellissime mederse e moschee, sempre interdette ai non musulmani, Fes è famosa per il quartiere dei conciatori: se mai ci verrete, questa è l’unica zona per la quale non vi servirà nessuna cartina per raggiungerla. L’odore nauseante delle vasche ripiene di guano di piccione, calce, tinture e acqua maleodorante ti si avvinghia appena sei a tiro senza possibilità di scampo. Avvicinarsi è impossibile, rimane l’alternativa di entrare in qualche negozio, salire sulla terrazza e osservare (con molta ammirazione) quelle persone che in quelle vasche ci lavorano per tutta la vita.




Poi, chiaro, ridiscendi nel negozio che casualmente vende borse di pelle e Sara non la vedi più!!! La sua scarsa abilità nel contrattare ha fatto si che le trattative siano state abbastanza veloci, non come invece la vera e propria guerra instaurata col venditore di tappeti del negozio a fianco: presa come una sfida personale, in 4 contro 1, in una lingua mista tra italiano, francese e spagnolo ci siamo battuti fino all’ultimo euro per il tappeto di Marco (che all’inizio non aveva preso neppure in considerazione l’acquisto) uscendo con la convinzione di essere vincitori visto il prezzo strappato.




Abbiamo chiaramente evitato di verificare negli altri negozi quali erano i prezzi per articoli simili, onde evitare delusioni cocenti!!
Dopo una giornata ricca e faticosa ecco arrivare il momento della cena e qui si materializza la maledizione del turista europeo fighetto in Africa: pur seguendo le indicazione della Lonely Planet finiamo in un tipico ristorantino marocchino, fatto di quattro tavolini all’aperto e un’unica stanza di 6 mq che fungeva da “cucina”. Non l’avessimo mai fatto…. E qui per pudore mi fermo e lascio alla vostra immaginazione L

lunedì 18 ottobre 2010

Fuga nella medina

Se qualcuno di voi pensa sia necessario puntare la sveglia per alzarsi, beh, se hai un minareto sopra la testa si può benissimo farne a meno: devi però solamente accettare di svegliarti alle 5….
Puntuale come uno svizzero il muezzin ha iniziato ad urlare a tutta la città deserta per un buon 10 minuti, e quella che fino ad allora poteva sembrare una cosa positiva del nostro riad, ovvero la posizione, si è rivelata controproducente. Come previsto Omar ha cercato di sovrastarne la voce, ma ha trovato pane per i suoi denti.




Devo ammettere che avere il compito di urlare dall’alto e a tutto volume “Allah akbar” (“Allah è più grande di ogni cosa”) deve essere una sensazione assolutamente eccitante.
Dopo un’abbondante colazione, siamo usciti in fretta e furia al solo scopo di seminare tutti quei personaggi che ci attendevano all’esterno per fregarci in tutti i modi conosciuti dall’uomo: ristoranti (come se si pranzasse alle 10 del mattino), negozi di tappeti, guide improvvisate, erano solo alcune delle trappole pensate per noi: ma l’essere riusciti a evitarle è per noi motivo di orgoglio e credo anche di rispetto da parte di professionisti quali sono loro.
Presa una direzione a caso, visto che la cartina in nostro possesso è assolutamente inutile, abbiamo gironzolato per mederse (ovvero le scuole coraniche), foundouk e moschee, ammirandone quasi sempre solo l’esterno o al più i cortili interni: infatti in Marocco quasi tutti gli edifici religiosi sono esclusivamente accessibili ai musulmani. Come però riescano a riconoscere un musulmano a prima vista non ci è dato sapere…
Se aggiungiamo che i biglietti di ingresso ai luoghi visitabili costano dappertutto un solo euro, ecco che ce li facciamo passare tutti: alcuni, come il mausoleo di Moulay Ismail, sono assolutamente imperdibili, altri, come il Dar Ma (un grosso granaio chiamato Casa dell’Acqua), sono fregature colossali, dato che sembra che in Marocco non si sforzino molto di valorizzare, o perlomeno mantenere, il proprio patrimonio artistico.




Camminare tra queste stradine che si intersecano casualmente tra loro,senza cartelli o indicazioni, spesso senza uscita, tra bancarelle e negozi di ogni tipo, tra odori speziati e colori vivaci, tra gente che si muove di fretta senza alcun motivo (visto che nessuno sembra debba lavorare) è una sensazione al limite dello stordimento, che fiacca ben più della fatica fisica.




Ci dirigiamo poi verso la meta successiva, Fes: l’impressione avuta all’arrivo a Meknes è nulla in confronto. Ma questo ve lo raccontiamo domani…

domenica 17 ottobre 2010

Un nuovo mondo

Ebbene si, dopo una lunga e interminabile attesa durata tutta un’estate è finalmente giunta anche per noi la tanto agognata vacanza e quindi eccoci qui a raccontarvi questa nuova avventura in terra marocchina. Siamo già in ritardo di un giorno, lo so, lo so….ma nel primo posto in cui abbiam dormito di Intenet nessuna traccia. Non male passare da un anno con l’altro dal freddo islandese (benchè fosse luglio) al caldo africano, soprattutto se parti quando a casa le temperature stanno per crollare (e per chi mi conosce è una cosa che apprezzo molto). Ma le novità non riguardano solamente la meta…. Il team avventura vede perdere due pilastri, ma contestualmente arruola due personaggi discussi e discutibili con nome di battaglia “mullah” Omar e Sahara.
La vigilia vede la squadra impegnata in un ritiro pre-partenza tutto all’insegna del viaggio imminente: ottima l’idea di Marco di vedere “Marrakech Express” (dal quale alcuni di voi avranno riconosciuto il titolo dell’evento su Facebook) se non fosse che la sveglia per la partenza era puntata alle 3.30 e, complice le due ore indietro di fuso, dormire 2 ore in 2 giorni è cosa abbastanza provante….
Rispetto all’anno scorso, una volta arrivati all’aeroporto, non c’è stata nessuna sorpresa riguardo alla macchina noleggiata: vedendo la quantità di bagagli non proprio modesta di tutti noi (soprattutto il sottoscritto) si temeva che la Corolla richiesta non fosse sufficiente e invece, su questo aspetto, niente da eccepire. Certo, le prestazioni non sono altrettanto sorprendenti (eufemismo), ma tant’è, contiamo di non dover fare “strade” simili a quelle islandesi!!!
Subito imbocchiamo l’autostrada per Rabat ed ecco il primo sorprendente e inconcepibile aspetto di questo strano Paese: ai lati della doppia carreggiata, esattamente ogni 200 m, ci sono poliziotti sull’attenti, immobili sotto il sole, vestiti di tutto punto (guanti compresi….).




Se tenete conto che di km in autostrada ne abbiam fatti un centinaio, col solo corpo di polizia schierato il Marocco potrebbe invadere Mauritania ed Algeria contemporaneamente. Perché direte voi? Boh, ma varie sono le ipotesi: autovelox umani, colonnine SOS in carne ed ossa, uffici informazioni itineranti, ausiliari dell’attraversamento (si, in Marocco si “può” attraversare l’autostrada con qualunque mezzo)…
Tappa della prima giornata sono i resti della città romana di Volubilis, che, nonostante sia inserita nel patrimonio dell’Unesco e meta di molti turisti, la gente locale non sa neppure dove sia, visto che chiedere informazioni sulla strada da seguire si è rivelata un’impresa impossibile. Come in ogni luogo, il compito più arduo per un turista è cercare di non farsi agganciare da una moltitudine di guide improvvisate che, a seconda del tuo Paese di appartenenza, si inventano parenti immaginari  che guarda caso abitano proprio nella città da cui provieni. Chiaramente poi il cugino fabbrica i più bei tappeti, il fratello ha il miglior ristorante….Abbiamo però messo subito in chiaro che almeno quei ruderi li avevamo fatti noi 2000 anni fa e che quindi di guide potevamo farne anche a meno!!!





Pur non essendo certo Pompei o i Fori imperiali, il luogo merita comunque una visita, anche solo per dei bei mosaici ancora presenti tra i resti delle case patrizie arrivati fino a noi ancora in buono stato.
A questo punto del racconto direte voi: beh, dov’è l’avventura???
Beh, provate voi a girare in macchina a Meknes e poi ne parliamo… L’impatto con quella che è solamente la sesta città del Marocco è devastante: mezzi di locomozione di ogni tipo ed ogni età che si concentrano in poche vie attorno alla medina (non percorribile in macchina), senza alcuna regola o segnaletica orizzontale, senza precedenze o sensi unici con un sottofondo di clacson e musica araba al massimo volume, con una densità di polveri sottili da far invidia a piazzale Loreto a Milano. Il tutto per cercare un posteggio in una città che di parcheggi non ne prevede e che fosse vicino al riad prenotato che non si sapeva bene dove fosse. Cartine della medina non esistono, nemmeno Google map o Viamichelin sono in grado di rappresentarti quell’intrigo impressionante di stradine, viuzze e vicoli che la costituiscono. Per sopravvivere e non perdersi in questo vero e proprio labirinto è necessario affidarsi a gente del posto, che per mestiere vaga in cerca di anime perse da accompagnare a destinazione dietro previa ricompensa. Non c’è altra soluzione e questo l’abbiam capito subito. Anche il solo star dietro a queste persone non è cosa facile: tra bancarelle e fiumi di gente che passa tra strade larghe due metri, tra profumi di spezie ed odori fetidi l’accompagnatore quasi si mette a correre, sicuro com’è di dove sta andando; il povero turista cerca affannosamente di stargli dietro, attento a non scontrarsi con qualche autoctono permaloso e illudendosi di ricordarsi il tragitto per ritornare alla macchina.
Tanta fatica ne è però valsa la pena visto il bellissimo riad che ci aspettava: nulla di più autentico, una vera casa marocchina al centro della medina, con un grande patio sul quale le poche stanze si affacciavano alla sola luce diurna e completa di tipici truffatori al suo esterno che siamo abilmente riusciti ad evitare.




Stanchi morti, dopo cena ci si è addormentati subito (su un materasso più duro di una lastra di marmo) consci della faticaccia che ci avrebbe aspettato il giorno successivo.